Foreste e Boschi, Incendi boschivi

A marzo 2026, la rivista Science ha pubblicato uno studio destinato a lasciare il segno nel dibattito sulla gestione forestale. La ricerca, firmata da un team internazionale di scienziati del Politecnico di Monaco (TUM) e sostenuta dall’European Forest Institute, dipinge un quadro chiaro e preoccupante: il cambiamento climatico aumenterà significativamente i cosiddetti “disturbi forestali” — termine con cui la ricerca indica gli eventi che causano mortalità massiva degli alberi, come incendi, tempeste e infestazioni di insetti — per tutto il XXI secolo.

Nello scenario peggiore — quello in cui le emissioni di gas serra continuano a crescere senza interventi sostanziali — le aree forestali colpite potrebbero più che raddoppiare rispetto ai livelli già elevati registrati nel periodo 1986 / 2020.

Dietro queste proiezioni c’è un lavoro di modellazione senza precedenti per scala e precisione: 135 milioni di punti dati, 13.000 siti forestali europei, decenni di immagini satellitari elaborate da un sistema basato su intelligenza artificiale. La precisione raggiunta dal modello permette di vedere non solo quante foreste verranno colpite, ma dove, quando e attraverso quali meccanismi di innesco e propagazione.

Il rischio cresce soprattutto a Sud

Tra i fattori di disturbo analizzati — tempeste, infestazioni di coleotteri della corteccia e incendi — sono le foreste dell’Europa meridionale e occidentale quelle destinate a subire i cambiamenti più profondi. Temperature più alte, aria più secca e stagioni sempre più lunghe creano condizioni sempre più favorevoli agli incendi. L’area mediterranea, per posizione geografica e caratteristiche climatiche, si trova al centro di questa traiettoria e il nostro Paese con essa.

I ricercatori hanno analizzato tre scenari climatici distinti. Persino il più favorevole (con un riscaldamento contenuto intorno ai 2°C) porta a un aumento delle superfici danneggiate rispetto alla baseline 1986 / 2020, un periodo che di per sé aveva già fatto registrare livelli di disturbo storicamente anomali. Nello scenario opposto, con emissioni che continuano senza freni, le aree colpite da incendi, tempeste e infestazioni potrebbero più che raddoppiare rispetto a quei livelli già critici. Non esiste, in altre parole, uno scenario futuro in cui il problema semplicemente scompare.

Foreste più giovani, meno carbonio, meno biodiversità

Le conseguenze non si limitano alla perdita di superficie boschiva. Quando un incendio distrugge una foresta matura, si interrompe un processo di accumulo di carbonio che ha richiesto decenni. Le foreste giovani che ricrescono dopo un disturbo immagazzinano meno CO₂, offrono meno habitat alle specie che dipendono da ambienti stabili e prolungati, e sono più vulnerabili ai disturbi successivi. Lo studio segnala esplicitamente questo rischio: il cambiamento nella demografia forestale europea — verso foreste sempre più giovani, soprattutto nell’area mediterranea — mette in discussione la capacità delle foreste stesse di contribuire agli obiettivi climatici del continente.

È un circolo che si auto-alimenta: più disturbi generano foreste più giovani, che sequestrano meno carbonio, che accelerano il riscaldamento, che aumenta i disturbi.

Anticipare il problema, non rincorrerlo

Di fronte a questo scenario, emerge ancora una volta, trasversalmente agli studi sul tema, una priorità condivisa: la prevenzione dovrebbe essere un punto di partenza e non di arrivo. Questo significa investire nel monitoraggio continuo e nella capacità di intervenire prima che un piccolo focolaio diventi un incendio incontrollabile.

È qui che la tecnologia entra in gioco in modo determinante. La differenza tra un incendio domato nelle prime fasi e uno che percorre migliaia di ettari si misura spesso in minuti, non in ore. I sistemi di rilevamento tradizionali — telecamere, sorveglianza aerea, segnalazioni umane — entrano in funzione quando il fuoco è già visibile. Ma un incendio boschivo inizia molto prima di diventare una fiamma: inizia con una combustione lenta, con variazioni nei gas nell’aria, con un aumento localizzato di temperatura e umidità.

Dalla scienza alla pratica

Lo studio pubblicato su Science non è un allarme per il futuro lontano. Usa come riferimento il periodo 1986 / 2020, che già incorpora livelli di disturbo storicamente elevati, e proietta da lì in avanti una curva in ulteriore crescita. Le foreste europee sono già sotto pressione. L’Italia lo sa bene, con stagioni degli incendi che si allungano e superfici bruciate che negli ultimi anni hanno raggiunto dimensioni inedite.

La scienza indica il problema con precisione crescente. La tecnologia può offrire strumenti concreti per affrontarlo.

Proteggere le foreste non è solo una questione ambientale. È una questione di carbonio, di biodiversità, di acqua, di comunità che vivono e lavorano a contatto con i boschi. E, sempre di più, è una questione di tempo.

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